Friday, December 05, 2008

Il cielo dei ragionieri


Come una ciotola conforma l'acqua in un equivoco di contenimento, come un lenzuolo s'impiega & si distende in copertura, così l’intendimento della ragione si protende a tratteggiar percorsi empirici che vanno da un qui-dove-ci-sono-io a un lì-dove-risiede-il-mondo, calcando i propri passi al meglio, su un limite tendente ad infinito.
Ogni testa un cappello per contenere il proprio cielo.
Sicchè costruiscono grammatiche esistenziali in bella calligrafia gli uomini di lettere, allestendo orchidee semantiche e fiorfior di parole, costipando il detto, il non detto e l'intuìto nel tradotto di zampette e formicolii in fila d’inchiostro sul vocabolario; declamano la trascendenza gli uomini di fede, testimoniando l'esistenza di dio sui riverberi purpurei&scarlatti dei paramenti e con un ampio gesto delle braccia accolgono la limpidezza dei misteri. Collaborano coi meccanismi gli ingegneri, presi nel mezzo tra causa&effetto ed entrano tuttodentro i contadini, confusi in un piatto di lenticchie.
Il cielo dei ragionieri non ha sempre la stessa altezza.
Il cielo dei ragionieri di larghe vedute è una via lattea tradotta in sintesi di calcolo, un materialismo alfanumerico, un’eredità tramandata di algoritmi illuministi ed equilibri di bilancio su cui i detective della ragion veduta edificano partite di giro e pareggiano i conti, con metodo e conoscenza, lasciando che i numeri si dispongano, si contraddicano, si elidano e si sommino, facciano dei giri immensi e poi ritornino, rimanendo ad aspettarli sotto una riga a fondo pagina come il cadavere del nemico portato dal fiume. Il calcolo della ragion critica enumera e traduce in principi contabili, elabora a partita doppia e quadra i limiti affinchè corrispondano e l'alfa non sia ostile all'omega, ma si prendano sottobraccio per tutto il tempo del viaggio al termine della notte. I ragionieri non sognano, ma imparano a conoscere il mondo, aprono agenzie di viaggi usando la calcolatrice. Traducono e ricordano la storia dei nostri tempi. La pazienza dell'elaborazione, la sicurezza del calcolo e poi, come nelle ultime pagine di un giallo, tutto torna, colpevoli, assolti, delitti e conti da pagare. Hanno le chiavi per digitalizzare l’economia della materia su fogli a quadretti, analitici oltre le vaghezze letterarie e le principalità pure dei matematici, i ragionieri, quando sanno che i numeri non si fermano alle apparenze, che due più due farà certamente sempre quattro, ma vale la pena di passare per il tre. Un ragioniere sa contare, non taglia corto ma fila dritto, sul lungomare dei numeri primi.
Ma guai invece ai ragionieri miopi, impiccati sulla dimostrazione finale e immemori di tutt’il resto del contesto, come preti oscurantisti, come cuochi dal menù perpetuo, come soldati in attesa dell'ordine. A loro dio apparirà sotto forma di un numero perfetto e li condannerà a contarsi i capelli residui, ad indovinare quanti fagioli stanno nel vaso, ad estrarre radici quadrate sui bordi di una statale assolata, con un pigiama a righe, solo a righe, eterne righe autoavvolgenti, senza più quadretti, stanziali a fondo pagina, con un pollice d’avanzo sulla mano, quant’è vero che due più due fa quattro.

" Cosa conta " (Ustmamo)

Pietra dura se sei cosa che cura

libera me dal male e dalla mia paura

pietra dura tu sai cos'e' che cura

insegnami a capire aiutami a vedere

cosa conta davvero

che cos'e' che conta davvero

dimmi dov'e' il posto

l'ora il tempo giusto

mettimi nel tempo giusto

dammi un segno e un posto

stella cometa la notte si fa quieta

e' calmo respirare

e' quieto ritornare alla memoria

di mondi gia' stati di modi gia' usati

per dire spiegare cercare intuire

cosa conta davvero

sto pensando a camminare

non m'importa di arrivare

non ho un posto ne' una meta

una mia stella cometa

sfinge impassibile

di fronte ad un tramonto

statua di cera che cola di sudore

sentire vedere toccare

finire per sempre oppure durare

mistero cosi' vuoto e presente io sono respiro

mistero cosi' vuoto e presente io sono ci sono respiro

mistero cosi' vuoto e presente io sono respiro

mistero cosi' vuoto e presente io sono ci sono respiro

sto pensando a camminare

non m'importa di arrivare

non ho un posto ne' una meta

una mia stella cometasto pensando a camminare

non m'importa di arrivare

non ho un posto ne' una meta

una mia stella cometasto pensando a camminare

non m'importa di arrivare

non ho un posto ne' una meta

una mia stella cometa.

Sunday, October 26, 2008

cinque minuti di calma, come le foglie


Appoggiato al ghirigoro del cancello basso di una casa estiva,
neanche le 19 di un sabato d'ottobre,intorno ad un autunno in fiore&foglie,
la sera si profonde in infusione di blu, l'aria si spilla del frinire eterno dei grilli,
i grilli ci sono quando l'aria è buona,
un silenzio risaputo e consapevole, dignitoso e sfrondato d'eccessi in libera uscita fonetica,
io sto fermo in piedi e non ho bisogno di niente, non ho bisogno di niente,
osservo solo che ci sono più alberi che uomini
e l'albero che mi sta dinanzi si snellisce aerobico,la capa riccia di foglie che sa di giovane sorriso,
mentre un altro, alto e nordico mette davanti i rami come si mettono le mani, mani stese additate di aghi tra il verde e il celeste,
una buganville si prende cura del cancello di fronte,
non è ancora l'ora nè di stelle nè di cena,
passa perfino un gatto, disperso e solitario, gli altri gatti sono partiti da mesi, sparisce in un giardino abbandonato
mentre
s'impossessano del buio gli abbai lontani di due cani che si ululano il fatto proprio,
un muratore festivo suona un martello
e poi di nuovo silenzio e magnolie, carenza d'insediamento,
tempo da perdere, nessuna perdita di tempo.

Qui una volta era tutta campagna,

ma nemmeno è cambiato tanto,
che poi a cinquecento metri
son già broccoletti e insalata.




Cielo grigio su (cielo grigio su)
foglie gialle giù (foglie gialle giù)
Cerco un po' di blu (cerco un po' di blu)
dove blu non c'è (dove blu non c'è)
Sento tanto freddo (freddo, tanto freddo, sai)
fuori e dentro me. (fuori e dentro me)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò!

Entro in chiesa e là
io cerco di pregar:
ma il mio pensiero invece va (mio pensiero va)
ritorna sempre là (torna sempre là)
al sole caldo che vorrei (caldo sole che vorrei)
che qui non verrà mai (che qui non verrà mai)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò!

Cielo grigio su (cielo grigio su)
Foglie gialle giù (foglie gialle giù)
Cerco un po' di blu (cerco un po' di blu)
dove blu non c'è (dove blu non c'è)
Se non m'aspettasse (se non m'aspettasse)
so che partirei. (so che partirei)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò! (sogno California)
e un giorno io verrò! (sogno California)
e un giorno io verrò!

(california dreamin' - dik dik)

Friday, September 26, 2008

Per una lira - Se ho chiesto troppo tu dammi pure la meta'


“Basta, basta, basta, bisogna giungere ad una conclusione. Offra chi deve offrire, firmi chi deve firmare, e leviamoci il dente e il dolore, questo immane dolore che un po’ tutti ci riguarda, almeno chi ha dentoni responsabili e non mangia pane a tradimento, tradimento dell’onor patrio, ricordatevi di Zidane, destatevi e firmare, firmare! I precedenti governi, i prestiti ponte sullo stretto contingente e i sindacati canaglia, addavenì Brunetta, Roma ladrona, Malpensa non perdona! C’è una cordata di capitani. Capitani d’impresa, il Made in Italy che non vuol morire, non pensa solo alle feste del cinema, lavora&produce, investe per il rilancio&accetta la sfida, la sfida della modernità, delle riforme strutturali, dei cambi di mentalità, qui bisogna cambiare, cambiare! Firmare, firmare! Basta con i privilegi, non c’è alternativa, you see minestra, you see finestra? Eat or Jump. Aiutaci a salvarti. Gli italiani sono contenti e questi sono numeri, ma li leggi i giornali? Presto che è tardi!”

Così il Governo fa il tifo a scena aperta, oltre ogni legittima parzialità. Coerentemente con sé stesso, dunque.

Vince il Sistema Italia New 2008.
Come fu per Alfa Romeo (che mi dicono fu presa da FIAT per una lira).
Come fu per Mondadori.
Come fu per Telecom.

Capitani Coraggiosi, Capitani d’impresa all’assalto col piatto di lenticchie e la corda saponata.
Capitani fuori mercato, che comprano attivi e rimettono a noi i nostri debiti, come loro li rimettono ai nostri debitori. Capitani della Quota Parte. Capitani che sono una Garanzia di Sistema. Capitani che sono amici di tutti, che si sentono in dovere di intervenire, capitani senza odore, perché pecunia non olet. Capitani coi soldi dell’altri.
Capitani senza Governance, che è una parola inglese e perciò non fa parte dell’italianità da salvaguardare.
Capitalisti finanziati dentro scatole cinesi, che a guardarci dentro dal buco magari ci vedi perfino San Pietro, come dalla serratura di Piazza dei Cavalieri di Malta sull’Aventino. Capitalisti della Bandiera, ma con i redditi portati all’estero e gli investimenti Lòw Cost tra Bucarest e Pechino. Capitalisti che a pensar male, ci entri subito in sintonia, come i servi sciocchi e i giornali anch’essi di bandiera, con le loro facili mistificazioni.
Capitalisti che vogliono la nostra pelle, oggi la mia domani la tua, una poltrona per volta, basta che resti sempre il quorum utile alla partita.


Mentre il governo ombra rimane nell’ombra, non si sente e non si vede, altrettanto coerentemente.Spiazzati forse dall’espressione “piano industriale”, che non se l’aspettavano, Veltroni aveva già pronta come base per la trattativa una bella lista di filmissimi per i voli intercontinentali, pensava bastasse per mettere d’accordo tutti. Gli altri stanno ancora scrivendo le memorie del XX secolo nei locali subaffittati a prezzo di favore dalla Lega.


E poi la gente, perché la gente lo sanno benissimo da che parte stare, la gente siamo noi, che abbiamo tre idee e saltiamo alle conclusioni, siamo noi che siamo decisionisti e troviamo facili soluzioni, siamo noi che fosse per me sarebbe tutto più facile, siamo noi che andiamo a letto la sera presto e ci svegliamo la mattina presto e poi ci viene pure malditesta, altro che cazzi.

Infine l'Impresa, Alitalia, tanto pè capisse. Grandi Imprese protette dagli amici degli amici. Grandi Imprese che sono state vacche grasse, affinché vi fossero latte, burro&formaggio ricchi di natura. Grandi Imprese senza onere di politiche industriali valide, senza costrizioni di profitto, coi biscottini da cento euro inclusi nel prezzo del biglietto, senza voli quotidiani per Pechino o per la California ma con gli scali sotto casa dell’onorevole, senza noblesse-oblìge per i privilegi ma con l’ impermeabile per gli sprechi che tanto poi si assorbe tutto, la fortuna del posto sicuro e il Sindacato che ammazza il Drago.

E intanto il Commissario firma gli stipendi di settembre. Io devo ancora vedere quelli di luglio, ma non ci lamentiamo troppo che a giugno era peggio, non ho mai avuto un’ora di straordinario pagata né sono mai uscito in orario in sette anni, non una trasferta pagata extra, che è già tanto se non anticipo i soldi. Dei contributi è meglio non sapere nulla. E se domani finisce tutto a zampe per aria, nessuno mi reinserisce, mi scivola o m’ammortizza se non forse mammà&papà. Siamo tutti sostituibili, senza se e senza liquidazione. Qui nel profondo fondo delle PMI, Sindacati non ce ne sono mai stati: ci hanno già dimenticato sul nascere, una decina d’anni fa, nel pollaio dei co.co.co e successive modifiche. Noi ci licenziano quando vogliono, pure se abbiamo il contratto a tempo indeterminato, è solo questione di forma. E mi sorprendo a pensare che per quanto solidarizzi con la hostess di Alitalia e il suo rifiuto di firmare un contratto capestro, la sua preoccupazione su come farà a finir di pagare l’appartamento di centometriquadri a Roma Monteverde, con altri dieci anni a mille euro di mutuo, è una preoccupazione di gran lusso. Come i protagonisti borghesi di quell’infame e vile film di Soldini, “Giorni e Nuvole”, che si ritrovano a dover fare a meno della vacanza a Zanzibar e del Vermentino autografato e pertanto si disperano. Mi sorprendo a pensare che vorrei averli io i problemi degli insegnanti, dei lavoratori alitalia, degli statali, dei metalmeccanici della fiat. Almeno vi vedono, almeno avete avuto il tempo di farvi una famiglia… mi sorprendo a pensare che non volevo pensarlo, ma mi s’è incastrato il sorriso con l’umidità di questi luoghi.

Per una lira io vendo tutti i sogni miei.
Per una lira ci metto sopra pure lei.
E' un affare sai basta ricordare di non amare, di non amare.
Amico caro se c'e' qualcosa che non va.
Se ho chiesto troppo tu dammi pure la meta'
E' un affare sai basta ricordare di non amare,
di non ama....re.
No no nooo Nooooo
Per una lira io vendo tutto cio' che ho
per una lira io so che lei non dice no.
Ma se penso che tu sei un buon amico
non te lo dico, no meglio per te meglio per te…

(Per una lira - Lucio Battisti)

Thursday, September 18, 2008

Se piove porteremo anche l'ombrello


Roma, Porta Metronia fine anni ’70. Facile essere bambini a casa di nonna e ancor più facile giocare con i pennarelli e le macchinette del caffè. Smonta la macchinetta, rimonta la macchinetta, io non chiedevo altro, neanche il caffè. Scegli i pennarelli, una predilezione per il viola, il celeste e l’arancione senza neanche bisogno di spiegare perché invece il verde scuro proprio non lo volevo usare, quel colore cattivo come il prezzemolo.

Bello avere uno zio di venticinquanni, che ti porta a fare le passeggiate la sera, dopo cena, quando chi ha lavorato è già stanco, la Rai manda telefilm con Ulisse e Anna Kanakis mentre sul fornello mamma ha già messo a sobbollire la camomilla.

Uscivamo io e zio, godendo di autorizzazioni speciali per aggirarsi al buio, anche se erano le nove e mezza o le dieci.

Andavamo sotto le mura e facevamo “a noi che ce frega”.

Potevo dire le parolacce dei bimbi, forte di confidenza nepotista.

Potevo andare a prendere una fetta di cocomero d’estate al chiosco sotto le mura. Un generatore elettrorumoroso consentiva ad un televisore in bianco&nero di trasmettere outdoor le partite dei Mondiali di Argentina. Una sera facevano Iran-Scozia e io sputavo i semi cercando di mettere i record di lontananza.

Potevo addirittura, in certe sere vicine a natale, ritrovarmi a Piazza Navona, tra mele stregate di glassa caramella, zampognari molisani e pastorelli del presepe. Lo scherzo più bello del mondo era comprare una finta mèrd e farmi trovare a braghe calate sul pianerottolo da nonna, scusandomi di non essere riuscito ad arrivare in bagno.

Potevo nascondere una moneta segreta a cento passi da casa e poi tornare a vedere la sera dopo se c’era ancora. Stevenson l'ho inventato io.

Potevo farmi portare al Luna Park, ululare nel tunnel degli orrori, curvare sul mostro di Loch Ness, lanciare palline da ping pong nelle vaschette dei pesci rossi e vincere razzetti dalla punta esplosiva infilando gettoni nelle ruspe.

Zio era stato in Svezia e mi raccontava che era tornato in taxi, perché aveva finito i soldi ma facendo il lavapiatti aveva conosciuto un tassista romano in trasferta godiva a Stoccolma che gli aveva offerto un passaggio.

Fischiettavamo che bello, se piove porteremo anche l’ombrello.

Era semplice ma quegli anni erano anche più grandi di quello che vedevano i miei occhi bimbi.

Un giorno vedemmo un tipo con un passamontagna che correva su una moto. Il passamontagna serviva per il freddo, mi dissero, ma io mica ero convinto.

Quando poi ho iniziato ad ascoltare e ad amare i cantautori legati alla fama di quei pochi anni, uno in particolare mi ricordava quel modo allegro di pensare, quella furbizia popolare dello stare al mondo.

Stefano Rosso si chiamava e aveva una voce che mi ricordava mio zio e il fatto che ero stato piccolo, infilato nelle scarpe correttive mentre si svolgeva la storia di una generazione ventanni avanti a me e dieci anni dopo il boom economico.

Stefano Rosso ha fatto ciaociao con la manina qualche giorno fa e se n’è andato laddove s’erano avviati già in molti dei suoi vicini degli anni ’70, quelli senza eccessive ansie di vecchiaia e previsioni previdenziali.

E nessuno mi leverà mai dalla testa che il chianti ammazza l’anemia.


Letto 26

Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
malato di pazienza sto
e aspetto chi non torna più
è un ragazzino magro che
cantava sempre insieme a me
e morì un giorno che non so
e i suoi bei sogni mi lasciò

E Biancaneve è ancora là
è un po' invecchiata ma che fa
le mele non le mangia più
forse i ragazzi giù del bar
ricordo tanto tempo fa
veniva a scuola insieme a me
la guerra già non c'era più
e poi non c'eri neanche tu

La brillantina e via così
si incominciava il Lunedì
ad invidiare quello che
aveva un libro da studiar
diceva non ti serve a niente
la scuola non ti servira'
e invece io tra quella gente
capivo un pò di verità

La mariujana ti fa male
il Chianti ammazza l'anemia
i miei compagni li ho lasciati
ho preferito andare via
così ho comprato un giradischi
uno di quelli che non va
per non dar noia a quel vicino
che non riesce a riposar

Ho conosciuto tante donne
cattive, oneste e senza età
a tutte ho dato un po' qualcosa
con tanta generosità
a lei, mia madre, i dispiaceri
mentre a mia moglie dei bambini
al primo amore i sentimenti
i baci e l'acne giovanile

Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
io chiudo gli occhi e penso a te
ti sento e invece non ci sei

Wednesday, September 10, 2008

Dalmazia Diamantina





Lo sguardo ad Est era tanto che volevo appuntarlo e anche se in fondo questo è solo occidente d’oriente, Adriatico di manica larga,oltreconfine della porta accanto, la Croazia è pur sempre un viaggio d’oltresponda, terra filtrata dalle lingue, come dire storia vicina eppure in mezzo scorre il mare.

Il tempo delle vacanze è quello che è, subaffitto coatto d’agosto, prendere o lasciare e allora prendere e partire, che ogni lasciata è persa.

Mentre le Olimpiadi di Pechino si congedano dall’autoradio con due sospetti di oro per una disciplina di tiro e per la lotta grecoromanotiburtina, in quel di Pescara affido la tutela della mia auto in un parcheggio insolitamente adibito dalla Marina locale al libero parcheggio avventizio e una volta sdoganato il documento d’identità al checkpoint-ciàrli, stacco il biglietto sulla rotta per l’isola di Hvar, primo approdo di una vacanza dozzinale: dodici giorni e dodici notti d’infradito in odor di Mediterraneo.

Hvar, la Nipote della Serenissima.

Il bello del traghetto veloce è che nemmeno hai finito il giornale e già sei arrivato all’attracco, e già sul pullman per il capoluogo dell’isola. Con la nostra bella divisa da turisti valigiati attiriamo subito la circospezione degli affittuari locali: una snella abitante del luogo ci dimostra il suo alloggio interscambiabile con gli euro dei turisti e siccome c’è bagno, cucina e parquet sul pavimento, per l’equivalente dei nostrani 42 euri che poi sarebbero 21 a testa, stringiamo la mano e validiamo il patto. Gli alloggi per prezzi e comodità subaffittate saranno tutti di questo tenore, asciugamani e aspetto pulito compresi.

Hvar offre subito l’impatto visivo predominate e i segni storici caratterizzanti: una lunga piazza rettangolare interamente pavimentata a lastre lucide e larghe, una chiesa con campanile ben piazzato sul lato corto d’origine, il porticciolo dirimpetto e una fila di caffè sui lati lunghi.

Balza all’occhio la pulizia e la squadratura della pietra e la sensazione di trovarsi in un abruzzo di mare. Per tutto il viaggio farò continui paragoni con la Grecia che meglio conosco, ma sull’abitato la differenza è imprevedibile: non ci sono case bianche e cupole azzurre, ma pietra levigata, tagliata, segmentata e smattoncinata.

Hvar, come tutte le isole della Dalmazia, veste un lascito veneziano e il retaggio secolare d’importazione a livello civile ed architettonico è notevole: vicoli impietriti, chiese levigate, l’arsenale con il bel portone arcuato, al tempo stesso funzionale ed estetico, gli edifici infinestrati e balconati seguendo un’omogeneità regolare da capitolato, logge arcuate, finestre bifore e tutto quel lastricato su cui scivolare.

Altre sensazioni d’impatto primigenio: si parla italiano più che a Ponza, sia per vocazione indigena sia per contingente emigrazione turistica; l’appalto commerciale di Hvar al turismo coinvolge tutti gli affacci sui transiti viari, ma la mediazione tra spazio calpestabile ed esigenza intensiva del commercio turistifilo mantiene nei limiti una proporzione spaziale di salvaguardia.

Vista la bella piazza centrale, affrontiamo i vicoli laterali, sfoderando i primi scatti analogici digitali del vicolame dalmato.

Quali colombe dal desìo d’esplorazion chiamate, ci sospingiamo naturaliter verso la fortezza che domina dall’alto l’abitato di Hvar, immane resto del genio civile serenissimo al servizio della tutela del territorio dal turcomanno, ma anche carcere dalla certezza&perentorietà della pena, senza afflati beccariana.In effetti, colpiscono l’ottima manutenzione oltre alla prevedibile veduta aerea del panorama, con e senza ausilio di un occhione cannocchiale.

Hvar in quanto isola contiene un porticciolo a livello del mare, ove riposano gozzi pescaroli, barchette veline minimaliste ma anche navigli cabinati, yotti condominiali e veloni plurialberati, probabilmente appartenenti a faraoni redivivi&battenti bandiere esentasse o quantomeno ai russi.

Ad un angolo di costa sormonta l’albergone in a very Colossal style, ricamato da piscine arabesche a ridosso degli scogli sul mare, con tanto di angolo lounge e sonorità Madonnare irradiate a sfondo del tramonto, in languor di gioventù danzante&aperitiva.

Resto dei secoli veneziani più o meno decimosesti&settimi sono anche le presenze dei tanti conventi, domenicani e francescani in primis. Uno splendido chiostro fa da scenario ai concerti serotini di musica classica, come fossimo all’Accademia Chigi di Siena.

E siccome come in ogni percorso, alcuni protagonisti si rivelano a cena, scopriamo subito un compagno di viaggio: il calamaro, mon calamour! L’intuizione poi confermata dai fatti, sarà che durante la vacanza il consumo di carne verrà drasticamente sacrificato in onore del fresco pescato locale, tra cui perlappunto spicca il calamaro, sia sottoforma di frittura, onorevolmente leggera, sia in modalità alla griglia. Costui, il calamaro croato, risalta per essere più piccolo del nostrano e più sapido, senza necessità di intingoli, semplice&sincero, praticamente nudista. Accanto a questo migliore amico dell’uomo, le cozze, nella variante locale “alla buzara”,ovvero con aglio, prezzemolo e pezzetti di pomodorini. Nei bei tavoli al fresco di mare del Marinero, per un paio di sere approfondiamo l’introspezione della base alimentare dalmata.

Alcune intuizioni filosogastriche pervadono le papille cerebrali. Elaboro la teoria dello slancio fisico della popolazione croata in virtù dell’uso della griglia. Decido di aprire un ristorante mentale, dedito ai soli distillati di mare, ai sapori semplici, spigolosi, essenziali, salati o basilari, al burro&alici e alle colazioni dei pescatori siciliani con aringhe e Marsala. La mia guerra personale all’industria del cibo succhia linfa ad ogni tratto assimilato. Mi trascendo digerendo.

E dopo cena, basta che io la sera tengo sonno e aggiodurmì.

Le giornate si caratterizzano per la scoperta dell’arcipelago frontestante: le piccole isole Pakleni, ove si giunge a bordo di economici taxi boat, con possibilità di ricercarsi poi per conto proprio dei divanetti petrosi su cui piantare stuoini o ombrelloni. In Croazia primeggia lo scoglio, a tratti alleggerito da spiagge di sassolini&sassoloni, quasi sempre con un corollario costiero di ricci neri che suggeriscono l’acume di farsi il bagno con i sandali o analoghe salvaguardie del tallone. Intorno un’intensa pineta verdeggia profumina&clorofillica, arrivando fino a far ombra sul mare per poi sciogliersi in un verde smeraldino o in un azzurro diamantino.

La natura m’appare per quel che è, fruttuosamente mediterranea, olivo&vite, campi di lavanda rivenduta a sacchetti nei chioschetti di legno e fichi maturi sugli alberi.

Nelle giornate dedicate a distillare il marroncino sulle braccia e a fare splash nell’acqua tonica dallo spessore limpido&trasparente, riscopro il piacere della lettura. Ore intere dedicate ai libri, con lo stampato d’inchiostro a rischiararsi luminoso alle pupille e le costruzioni lessicali a poter vantarsi senza fretta del proprio ardire. “La parte dell’altro”, di E. Schmitt: seicento pagine di slaidìndoors sul cosa sarebbe stata la Storia se Hitler fosse stato ammesso all’Accademia delle Belle Arti piuttosto che… il resto è storia e brividi sulla schiena.

Così tra le isole Pakleni, rifulge Palmizana (o volgarmente Parmigiana, con tanto di annesso riflesso evocativo della gloria melanzana, citazione inevitabile come lo scalcio dopo il martelletto sulla rotula), Jarolim e Stiplanka. Unica notazione di folklore, si nota una certa tendenza invasiva dovuta alla Pummarola Connection From Portici, Castellammare, Piedigrotta e Torri del Greco/Annunziata, in massiccia colonizzazione sull’isola e pertinenze limitrofe, sicchè rimbomba saltuaria qualche notizia della Gazzetta della Sport sul calciomercato del Napoli, proprio dal centro della tranquillità della baia, con svariate MarònneMie e qualche strillo da ruspanza di cortile. Stabilisco la proporzione: ogni dieci presenze sull’isola, due son croati, un altro International e sette son italiani, di cui quattro napoletani, due romani e un resto della penisola.

Sull’isola di Stiplanka, le genti sbarcano in pareo e occhiali scuri, alla ricerca del locale fashion-oriented, univocamente stellettato dalle guide tanto routarde quanto lonelyplanet: il loungissimo e un po’ chillout Carpe Diem, una specie di etnobar costellato da cuscinerie&tendaggi, intagli legnosi e divaneggiamenti da Fiera del Levante enplenair-vista mare e lusinghe intuitive di più Mojito per tutti. M’inibisco e non prendo nemmeno un caffè.

Nei giorni a seguire inizia ad evidenziarsi anche l’approccio con i croati, fin qui fatto di silenzi ineloquenti in una sorta di non do ut non des sicchè campiamo centanni, io con la ragazza mia tu con la ragazza tua e salutam’a sòreta. Non proprio un’ osmosi culturale o civica, insomma.

Probabilmente per via di quel mangiar grigliato cui s’accennava o per asprezza genetica popolare, i croati e le croate sono esteticamente uniformi: piatti e bidimensionali, piallati nell’addominale e spalmati su altezze medie mannequine, sguardi freddi come la muerte o la granita liscia. Ovunque s’intravede un nazionalismo a scacchi biancorossi e refolano bandiere, di cui i suddetti croati&croate sembrano le aste.

Korcula, mare, arte&rustici.

Dopo quattro belle giornate in quel salotto buono che è Hvar, dirottiamo su Korcula, presapendo grazie a ripide letture esplorative che trattasi dell’isola dove nacque (o quantomeno ebbe la seconda casa) Marko Polo - la k è velleità croata.

L’alloggio è anche stavolta meritevole, sempre parquet e bagno in camera, sempre venti euro cadacranio a notte, a venti metri dalla cattedrale e altrettanti dal mare, nel bel mezzo di un vicolo corto cittadino. In più, essendoci la televisione, ricompaiono le Olimpiadi, quantomeno nei momenti di interscambio o nel pre-nanna. La Tv croata insiste su due avvenimenti: il taekwondo, laddove una Martina locale s’è guadagnata un’onorevole bronzo, ma soprattutto il salto in alto, dove la saltatrice Blanka Vlasic, punta di diamante della spedizione croata, è favorita per l’oro. In un pomeriggio di ritorno dal mare, prima della doccia, Blanka conquista l’accesso alla finale, inarcandosi sciolta oltre i due metri, gli occhi belli e congelati nel ricordo di una precedente vita da sogliola, le zampe scattanti e stecche, i movimenti cronomillimetrati, regolari come ipotenuse pitagoriche.

Korcula è isola culturalmente pretenziosa: cinta da bastion fatti di gransassi bianchi, turrita e suddivisa in regolari quadratini di pietra bianca, presenta una pianta a lisca di pesce, laddove dalla piazza Principale si dipartono file di vicoli confluenti su un ovale lungomare, a racchiudere i fianchi cittadini, che immediatamente percorriamo.

Loggiati moreschi, scalinate a semicerchi, una porta cittadina di tutto rispetto, sotto l’insegna del Leone di Venezia, ma soprattutto una bella cattedrale dotata di un rosone importante – Abbazia di Fossanova on my mind – e di un portale lavorato con ammicchi estetici di qualche impressione effettiva.

A Korcula la presenza italiana è un po’ meno accentuata, la proporzione italia/restodelmondo passa da sette su dieci a cinque, in compenso i Korculani, come poi avremo modo di sentire da più voci, anche locali, fanno della scortesia verso quel cazzo di turista che viene a rompere i coglioni, un tratto distintivo fondante. Nei ristoranti, nelle agenzie di viaggio, con camerieri o guidatori di taxi boat e minibus, la solfa è sempre un irritato leggero a tratti andante.

Provo a darmi una spiegazione: contrariamente ai luoghi comuni, le punte di scortesia provengono soprattutto dai più giovani, coloro che all’inizio degli anni 90, durante la guerra serbocroata, erano bambini e forse ciò ha un’influenza sulla visione del resto del mondo.

Sul far della sera, nelle logge merlettate puoi ascoltare l’esibizione canora di un gospel folkolirico gentilmente offerto ai passanti dalla proloco locale.

Faccio amicizia con un filetto di pesce in semplice salsa di vino bianco, con lo sgombro fiero portatore di cipolla, coi lattarini fritti e con delle amorevoli triglie rosargentate che solo se ci penso già sento in fondo all’anima…

L’ambizione artistica si concretizza nelle tante gallerie d’arte, paesaggistiche o naif, che si susseguono a dimostrar le velleità pittoriche autoctone. Altre boutique in sequenza offrono lavorazioni di corallo e tradizionale filigrana d’argento, ciondoli anticati e stelle marine.

Anche qui i Taxi Boat portano per qualche euro di scortesia nelle isole di fronte. Tra queste, Badija, dove approdiamo una normale mattina di sole e surprise surprire, liberi per l’isola ci fanno ciaociao tre cervi molto friendly mentre ci ritroviamo un incanto di riflessi marini a specchio con contorno di natura genuina come aghi di pino e silenzi e funghi, buoni da mangiare, buoni da seccare… ma siamo a Ferragosto e non a Natale. Entriamo in acqua come si scendono le scale di Trinità dei Monti nelle notti di sfilata e rabbrivido di piacere mentre sciolgo le membra sbracciando a stile libero nel mar della trasparenza.

Tutto troppo bello. E difatti Badija in breve rivela l’altra faccia della natura: schiere di tafani bellici dichiarano guerra al turismo e non si limitano a svolazzare di tanto in tanto intorno all’umido dei nostri costumi, ma ci si mangiano proprio, smozzicando a pieni dentoni. Tento la fuga in taxiboat dalla Mosquito’s Island, ma il taxi boat è andato via, e dopo un’ora, appena placandosi questa furia biblica, stabilisco un compromesso sbilanciato di resistenza.

Le sere a Korcula si caratterizzano anche per i bellissimi tramonti, che visti a distanza dallo skyline portuale sembrano infondere un’aureola ossidrica spiccante come cometa sul presepe.

Il salto in alto: Dubrovnik

Lasciata Korcula a bordo del Minibus più scortese che ci sia, puntiamo verso l’alto: Dubrovnik, fulcro che ha fatto leva per definire la rotta del viaggio, interesse primario dopo tanto sentirne parlare.

L’impatto avviene in un mezzogiorno di fuoco.

La pianta della città è chiara dopo dieci passi: Dubrovnik è fatta a V: una lunga&larga strada esibizionista, il cosiddetto Stradùn, domina la città al vertice basso, mentre d’intorno arrivano e dipartono scalinate invicolate, a gradini lunghi ma inesorabili. Dubrovnik è fatta a scale, c’è chi le scende ma soprattutto chi le sale. Intorno le mura, storiche fortificazioni plurisecolari, intatte&compatte.

La gente. Tanta gente. Troppa gente. Anch’io sono gente, sporadicamente mi sento quasi di troppo.

Prendiamo alloggio in un bellissimo appartamentino sulla trequarti alta di una scalinata e via andare.

Purtroppo il flusso intoppa e metà dei vicoli son fin troppo svenduti all’anima del commercio.

Paninonoteche, pizzerie, caffetterie, spaghetterie che si chiamano Toni e Little Italy, offerte di pesce che prendi tre scampi e ne paghi due, un gozzoviglio alimentare in agguato un po’ ovunque.

Più in là intercetteremo alcune guide mentre lamentano ai propri boyscout che il boom turistico non ha seguito adeguata pianificazione, che le crociere arrivano a botte di tre per volta nel porto riversando condomi&condomini di turismo mordi&fuggi, che mentre prima ogni costruzione avveniva seguendo una regola per l’omogeneità degli assemblati architettonici, oggi ognuno costruisce nottetempo, soppalca e cura fondamentalmente i cazzi propri, economicamente intesi.

Ciòddetto, tutto il resto è bella calligrafia.

Lo Stradùn s’apre sul fondo con il bel loggiato, le chiese vanitose per via di rosoni&mosaici, vetrate e marmi bianchi e poi la fortezza veneziana, i due chilometri passeggiati sulle mura, i belvedere a picco sul mare, la farmacia più antica d’Europa con il suo chiostro solare, le fontane, il ghetto ebraico e gli scoscesi in pietra... e come tutti sanno o facciamo finta che sappiano, coi segni delle bombe, di cui una in bella vista sotto al buco procurato nella storica farmacia suddetta. Una informativa appesalmuro municipale evidenzia ai passanti la mappa dei tetti bombardati nel 1992 dai serbo montenegrini: almeno il sessanta per cento, riconoscibili dai mattoncini rossi nuovi nuovi, come appare dall’alto delle mura.

Oggi tutto ricostruito, per via della corsa solidale al restauro di questa Viceregina dell’Adriatico, Venezia permettendo.

Al tramonto, la città è attraversata da banditori in costume d’epoca, che s’apprestano ad alabardare le porte della città.

Nottetempo incontro in tv un reportage sull’allenamento tignoso di Blanka Vlasic: è già febbre dell’oro.

Il mare di Dubrovnik, forse in quanto esterno alle mura, risulta meno protetto dalle invasioni: la spiaggia in particolare è un tappeto di sigarette malgrado il profondo blu.

Ripassiamo tutto il periplo della città con la calma di chi ha fatto già il primo giro e, sarà che la gente è diminuita sarà che l’occhio è felice della sua parte, mi sento come un turista tedesco a Firenze: non me l’aspettavo e ripeto non me l’aspettavo (cit.). Seduto sotto la loggia, guardo lo Stradùn e sono contento.

Incornicio le sensazioni con una splendida orata alla griglia e un primordiale polipo sincero come il gusto di stare in vacanza.

Sarebbe quasi ora di dormire, ma Blanka sta attendendo il suo salto finale. Fiera e tecnica, salta con disinvoltura asettica tutte le misure senza un errore. Stacca le ultime concorrenti come si scaccian i tafani ed entra all’ultimo salto in concorrenza con una tenace belga che porta gli occhiali e sembra Henry Potter. Blanka si concentra, annuisce all’allenatore quasi a rabbonirlo per i suoi superflui consigli e s’inarca sogliola coi suoi occhioni freddi e l’addominale piatto. Eppure… l’asticella insolente accusa uno spiffero e imprevedibilmente viene giù. Henry Potter che non se l’aspettava, e ripete non se l’aspettava, consulta il suo libro di trucchi e … fa il proprio record. Scende giù sottile e spilungona, senza asta ferire. Blanka strabuzza, si concentra, ripassa una sequenza mentale e riprova una volta, riprova due… ma sarà più fortunata. E’ argento, freddamente argento e con lei tutta la Croazia paga un vizio d’arroganza, almeno ai miei occhi.

Di primo mattino dopo due giorni ripartiamo, con una meravigliosa sorpresa per il senso della vista: alle sette del mattino lo Stradùn è vuoto, non c’è nessuno, si vede l’inizio e la fine ed è tutto uno scintillio dell’alba.

Starigrad, un borgo apart.

Torniamo sull’isola di Hvar per gli ultimi due giorni nel luogo della ripartenza, ma stavolta restiamo decentrati e ci fermiamo a Starigrad, borgo pescatore se non proprio sturistico, quantomeno alleggerito dalla massa. Alloggiamo per un prezzo modesto presso una signora che sembra tanto la Zia che viene dalla Bosnia.

Starigrad è una sorpresa. Come le più titolate località sin qui viste, conserva filari di case in pietra, pavimentazioni lastricate e piazzette da bianco&nero di Cartier Bresson, con apertura su una baia insenata profondamente nel mare, dove alle otto di sera ruba la scena un tramonto a cannelloni d’arancione su azzurro strappato e il sole sparisce rosso come dire me ne vado addormì.

E senza sbandierarsi sui prontuari per l’erudizione turistica ma solo per gli occhi di chi ci entra, un paio di chiese si fanno apprezzare. Accanto a loro, il piccolo Castello dell’Umanista locale Petar Nonmiricordovic, col giardino botanico e la vasca degli scorfani. Petar, ammiratore dell cultura italiana, mise a disposizione della popolazione locale la propria tenuta, ma fece anche qualcosa di più: commissiono a Tintoretto una Deposizione che si può ammirare nel Museo del Monastero Francescano – e te pareva – come se fosse un’imprevedibile evaso dal Louvre, come se fossimo nelle nicchied’arte di Umbria o in Toscana ma così non è e siamo in un borgo marinaro di tremila anime dalmate. L’amenità del luogo lascia che sia ancor più evidente il taglio bianco del corpo di Cristo sulla tela.

Come in una botte piccola, anche Starigrad conserva il suo vino buono, un vino aromatico che ricorda la Retsina greca e che accompagneremo ad ulteriori scoperte culinarie.

Nel mio ristorante mentale, non potrò fare a meno del carpaccio di tonno e capperi assaggiato a Starigrad. Mi concedo qualche sofisticheria e apprezzo le alici fritte in salsa tartara ma ancor di più la macedonia di frutta con profumo di lavanda e prendo nota di un dolce semplice quanto mediterraneo: i fichi arrosto con il miele. E son contento, ancora una volta.

A Starigrad facciamo gli ultimi bagni di sole e di mare.

La costa è anche qui accompagnata in spiaggia dalla pineta e finisce con una piattaforma di cemento per agevolare l’entrata in acqua, come spesso accade in Croazia. Che detto così, la piattaforma di cemento sembrerebbe pure brutta, ma la realtà è ben diversa, in quanto l’invasività è minima e la fruibilità confortante. Intorno molti a lèggere, qualche casetta nel primo entroterra e qualche spogliatoio pubblico gentilmente offerto dalla proloco locale e io che da italiano non son più abituato a veder comodità di libero accesso, ne resto quasi commosso.

C’è qualcosa nell’Adriatico balneare di Starigrad che ricorda la convivenza di libertà, semplicità e natura che poteva esserci nel 1979 a San Benedetto del Tronto o a Vieste sul Gargano.

Leggo qualche pagina de “Le Cronache di Travnik” di Ivo Andric, velleità letteraria che mai avrei potuto accostare nella routine oscurantista dei giorni feriali cottimizzati e …

…e basta, si torna a riprendere la macchina a Pescara, dall’altra parte dell’Adriatico.

Ma va bene così. Ho respirato aria buona.

Profumavi di gelsomino e ballavi sul mare per me eravamo senza un quattrino, c'amavamo davvero io e te, era accesa una televisione, i sogni più più grandi di me. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. Un lavoro dopo la scuola, non potevi volere di più ma si cambia, il tempo vola, tu volevi volare di più e il tuo nome in Diamantina per gioco l'amore cambiò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. E l'azzurro Mediterraneo cui in giorno dicesti di si dal tuo mondo contemporaneo, vedrai, ti riporterà qui al tuo mare di gelsomino, al giardino che c'innamorò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me.

(Diamantina, inconcepibilmente Alberto Camerini)

Wednesday, August 06, 2008

Ma la vecchiezza è una Roma


“A Roma d'agosto ce rimangono soltanto i mostri”.
Così m’epigrammava un amico qualche anno fa, con un sarcasmo limpidamente ipertrofico, in prossimità dell'avvento delle ferie der popolo e der tuttialmare&chiappechiare.
E io, che in ferie ancora non ci sono andato, mi ritrovo con la camicia stirata a compilare impegni laddove il feroce solleone lo puoi sentire far pressione come una mano calda a dar l’imprimatur al sudore della pelle e a squagliare inesorabile umori sull'asfalto sfranto nel verminaio occidentale di Termini Station.
A Piazza Esedra, restano aperte le bancarelle giornalare dei tanto al chilo di stampa, accatastando domeniche del corriere, storie illustrate delle guerre che furono, prodezze pornografiche e odissee in edizione quasi originale, mentre intorno eternamente è puzza di piscio e cartelli del prezzo.
Tra Piazza Indipendenza e Piazza Esedra, lavori in corso e macchine che puntano sghembe sugli incroci, diritti di precedenza sanciti a nervi tesi e scatti prepotenti senza renitenze d’attaccar la briga sulle fiancate.
Caffè consumati in file di scontrini compulsivi in Via San Nicola da Tolentino, Piazza Barberini assatanata di calore a convergenza sui portieri d’albergo, coi vestiti incollati in pattuglia sulle porte girevoli, militari coi mitra contingentati ad obbedire presidiando la patria e poi ancora altri lavori in corso, lavori sfiduciati in partenza, maledetti e bestemmiati da chi si trova a passare sulle corsie ridotte.
A Via Merulana il pasticciaccio resta sempre brutto, solo un po' più annerito di fumo, il tempo passa e se ne fotte, insolente come un furgone in doppia fila, arrogante e distratto come la fretta, distratto a stento dagli ammicchi carnali dell'accattatevillo e dalla necessità di riparmiare i centesimi sulla benzina. Sui cassonetti i nuovi giovani destrorsi coi loro miti guerrieri affissano slogan di territorio, a rimpiazzo generazionale dei precedenti giovani sinistrati, mentre in mezzo ai contendenti, per i ricchi di spirito mèdiano le santemarie degli angeli perchè il paradiso non riconosce né agosti nè dicembri ma è sempre di stagione, col suo clima d’ambiente temperato.
In altri angoli di muro, fanno schermagliuccia i partiti maturati, dicendosi dall’alto della propria verginità civile quanto siano figli di puttana i corrispettivi dell'oltralpe parlamentare.

"Ma la vecchiezza è una Roma
senza burle e senza ciance
che non prove esige dall'attore
ma una completa autentica rovina"
(Boris Pasternak, parrebbe proprio)

E allora proprio in mezzo al torrido sfacciato in piazza di San Giovanni in Laterano, il famoso duemilaeotto non regge più tutto quel maquillage localizzato, come una vedètte ottuagenaria apre le crepe e rilascia il silicone di facciata, sotto c'è più o meno un millenovecentoottantatrè e nel frattempo siamo stati solo a guardare, consumare, sudare, corrispondere ai commerci e costruire tangenziali esistenziali, invisibili come metropolitane in fieri e tutto quel progresso atteso da allora, mentre i turisti finalmente ci guardano le rughe e ora sì che ci riconoscono, come quando andavamo ad Atene noi nell'87 e vedevamo l'arte antica vieppiù anticata dal primordiale civile. Anche ad Atene il caldo ammazzava passi&sassi e confondeva fritti e leggeri in una salsa che se non strozza ingrassa.
Non ci sono più Gassman e Trintignant, il Bambino Leo e Marisol, a perdersi nel ferragosto.
E no, “nun l’asciuga er sole…”, la città è spudoratamente palliativa, abbandonata per terra.
Un giorno d'agosto, fuori apparentemente 2008, dentro sostanzialmente 1983: sò rimasti tutti a Roma. E sò tutti mostri.

E la chiamano estate
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te.
Il profumo del mare non lo sento,
non c'e' più
perché non torni qui,
vicino a me.
E le chiamano notti
queste notti senza te
ma non sanno che esiste
chi di notte piange te.
Ma gli altri vivono, parlano, amano.
E la chiamano estate questa estate senza te.
E le chiamano notti queste notti senza te
ma non sanno che esiste chi di notte piange te.
Ma gli altri vivono, parlano, amano.
E la chiamano estate questa estate senza te

Friday, May 09, 2008

Trèkkin Sibillino


1 – EhOh-LèzGò!


E venne finalmente il tempo di partire.

Il ponte del primo maggio arriva come una festa dei lavoratori, come un ponte sullo stretto del quotidiano, come una campata di sole dopo tanta pioggia e troppa allergia, sintomatica e non.

Non si tratta solo di un viaggio, ma di una sospensione da portare appresso passo dopo passo su una mappa, un rientro nel paesaggio, un taglio di luce sulla propria tela, una prova dell'esistenza se non di dio perlomeno delle proprie quattro ossa.

Ci raccordiamo in autogrill ad un orario decente, io, claudia e federico in una macchina, simone, paolo, marina e cristina nell'altra. Scegliamo il percorso alternativo all'autostrada e ci lanciamo sulla consolare salaria, tra saliscendi, curvoni, approcci di prati, Passocorese, la periferia di Terni very autobiografia industriale, le acciaierie coi vetri rotti, la cascata delle marmore, i benzinai paesaggisticamente vincolati,un paio di paesini umbri coi bar che vendono panini norcini sicchè in quattrore, consacrate dall'autoradio a de gregori, si arriva a Visso, già provincia di Macerata, sulla cerniera appenninica tra due dialetti.

Lasciamo le macchine in un parcheggio e verifichiamo la consistenza degli zaini: minimalisti e ravveduti alcuni, espansionisti altri. Claudia ammolla un paio di maglioni e un set matrimoniale di asciugamani, qualcun altro rinuncia alla giacca per le varie ed eventuali metereologiche, in fondo è previsto bel tempo e fa pure caldo, e ciàvviamo verso il City Centre of Visso, distante quasi tre minuti dalla suburbia più remota: che se fa sorridere, si sappia che si tratterà della megalopoli più importante sul nostro cammino.

Divoriamo panini al ciauscolo e porchetta locale presso un alimentari di quelli che meritano le segnalazioni sui gamberi rossi e così facendo legittimano lo strozzinaggio alimentare.

Rapido consulto sul percorso e prontipartenzavia, EhOh-LèzGò!, s'intraprende e si va, a gambe allegre si va, così facendo si va !… e in cinque minuti si torna al punto di partenza, dopo aver attraversato il paese con un percorso a stella concentrico su sé stesso.

Chiediamo lumi ad un Protettore Civile che ci indirizza dietro la chiesa, scommettendo cinquecento euro contro la nostra spedizione, avvertendoci del risveglio delle vipere in atto e insistendo sui percorsi ancora non battuti. Ma vaffanculo, protettò, noi si va lo stesso.

La strada è però davvero interrotta, alcuni operai della pavimentazione stradale minacciano di arruolarci come ausiliari, sicchè si decide di raggiungere Ussita attraverso la statale, sul mero asfalto, costeggiando gli allevamenti in vasca di trote salmonate, qualcuno ci pesca pure... laddove osano le pantofole.Ussita può vantare almeno cinque esercizi commerciali ed un hotel, scusate se è poco.A questo punto, attirati da un cartello escursionale che promette una diramazione di sentiero, ci lanciamo per la prima passeggiata: una salita verticale stroncafiato fino al cimitero locale, dove forse ci sono più anime che in paese. Intravediamo un campo di calcio, affrontiamo perentori un bivio e riscendiamo dopo un'oretta con precisione millimetrata esattamente cento metri più avanti della partenza.

Proseguiamo verso il camping, località Calcara, e fiancheggiamo nientepopòdimeno che un palaghiaccio, che sembra uscito dalla perfieria di Rostock negli anni settanta. Il camping è un accampamento gestito da un assenteista che delega tutto ad un rumeno. Una signora truccatissima, fuori apparentemente sessantenne dentro forse pure ottantenne, s'informa sull'amenità della nostra presenza. Il proprietario fa sapere che ci danno i bungali.

I bungali misurano una dozzina di metri quadrati l'uno, arredati da insetti morti etnici e ruggine di vita vissuta, con l’arbremagìk al gas della caldaia interna. Ci si stipiamo rispettivamente in quattro e tre secondo la logica maschi/femmine. Il bagno misura tre metri quadri, un tubo fa finta di essere una doccia arrampicandosi sul cesso, ma lo sgamiamo subito.

Ammèmmì sale la febbre da semifinale di coppa uefa. Tiro fuori il televisorino e la frittata di cipolle dallo zaino e cerco di sintonizzare il canale, senonchè il rumeno, che prima mi abbraccio fraternamente essendo lui tifoso di Mutu, m'informa tuttavia che La 7 non si prende.

Escurro tutto il paese con Marina, inveisco contro il trogloditismo dilagante e l'anafabetismo della popolazione ferma al 1984 e giocoforza m'arrendo all'evidenza dell'inevidenza della partita, che in fondo aspettavo da soli diciotto anni.
A questo punto, inizia il mio isolamento agonistico dal resto del gruppo, mi simbiotizzo col cellulare, costringo gli avventori del ristorante a fissare per intere mezzore la pagina 220 del televideo in attesa di aggiornamenti, e detto che la cena è all'altezza del posto, stendiamo un velo pietoso e passiamo al giorno dopo.

...Ehm, mi dicono che io e simone abbiamo tenuti svegli tutti per un'oretta accalorandoci sulla politica e urlando dei “perchè alemmanno...” nella notte, finchè non ho iniziato a russare selvaggiamente durante una pausa del discorso.


2 – Casali: Welcome to Uncle Scrooge.

Consumata una frugale colazione fatta di pandorini san carlo, affrontiamo la tratta che da Calcara arriva a Casali. Identifichiamo Calcara con la casa di un rustico che scommette cento euri contro di noi, cerchiamo di sbagliare percorso ma al fine l'azzecchiamo.

Siamo ancora fuori dall'Anello dei Sibillini, la segnaletica latita.

Il percorso parte con un dislivello di cinquecentometri in salita, in un tratto boschivo che costeggia una valle alla nostra sinistra. Faticosamente saliamo, s'apre la vista sugli alberi e sparisce la civiltà, bye bye ci vediamo domenica nel pomeriggio.Passiamo l'ex voto della Madonnella e arriviamo ad un fontanile in quota, alla nostra destra il Montebove, coi suoi denti di roccia e la neve, in cima s'intravedono volteggiare quelle le aquile, che non volano mai a stormi, però a piccoli gruppi si. Il sentiero disegna una specie di V, per cui aggiriamo la valle, incontriamo una sorta di piccolo Mar de Glace di neve e la sorgente di un fiume, che vista da vicino sembra un sasso che butta acqua.Lo spettacolo inizia ad essere intenso, felicemente riscendiamo fino a Casali e arriviamo in un prato dove davanti ad una chiesetta in pietra e ad un panorama di larghe vedute, raggiungiamo il rifugio.

Marina ci informa che il gestore del rifugio di Casali al telefono sembrava un Vecchio della Montagna, che ci teneva a definirci escursionisti, gente che spregia le comodità per scelta dello spirito. Innanzi al rifugio si para un cartello: "Qui' si mangia!” e infatti fame da lupi teniamo, lupi escursionisti.

Facciamo la conoscenza del Vecchio della Motagna, che appare subito per la sua peculiarità d'essere Vecchio Marchiciano della Montagna. Tutto è nettamente sparagnino, ogni opzional si paga a parte, il resto mancia.Concordiamo un piatto di fettuccine col ragù di carne, che per essere le quattro del pomeriggio vanno benissimo, e mentre bolle l'acqua ci avviamo alle stanze.Per salirvi occorre inerpicarsi su una stretta scala di ferro che da su una botola. Uno zaino extralarge non passerebbe. Le stanze sono tre e contigue ma soprattutto sono in una mansarda dal tetto a spiovere, altezza massima uno e ottanta, minima 50 centimetri, in prossimità del cuscino. Le brande spiovono sul tetto di foratini rasente naso, le pareti non hanno mai visto intonaco: that's the loculos, my friends! Le coperte a parte, un euro l'una.

Il bagno porta i segni del padrone di casa, che usa il bidet quale portacenere, mentre il wc costringe a posar seduti. Per fortuna Marina ha portato il lisoform.

Così è se vi pare, pertanto scendiamo verso le fettuccine, famelici. Marina individua nel ragù assortimenti organici che vanno da un polmone ad un fegato, ma siccome nello stomaco si mischia tutto, transustanziamo anche il ragù di carne... alla C.S.I. ; un pecorino locale e una lonza semiartgianale, pesati nelle segrete stanze prima di giungere a tavola, completano l'ingollo.

Sono le cinque, io e Simone decidiamo di andare a vedere il paese. Contiamo 26 tetti, giriamo in lungo e largo e alle cinque e dieci ristiamo nei loculi, esperti del luogo.

Poco da fare e si arriva a cena, con la prescia di sedersi prima delle nove altrimenti il coperto si paga doppio. Nel frattempo scopro che il posto è tutto disseminato di cartelli esplicativi:“nelle ore notturne ogni consumazione costa il doppio”, “i copriwater sono disponibili a 20 centesimi” e “oggi pranzo alla carta MINIMO trenta euro” sottolineato tre volte.

Il Vecchio della Montagna ci appare perciò come Zio Paperone che fa l'avaro di Dickens, ce lo immaginiamo come Uncle Scrooge la notte di natale nella sua solitudine col gruzzoletto in mano...però fa anche un pò pena. Qualcuno nota la totale assenza di tocco femminile nel luogo. E forse un accenno sommesso a “quando c'era lei” che forse non c'è più. Uncle Scrooge sa che tutti si chiedono ma perchè non si fa aiutare da qualcuno e senza richiesta ognitanto accenna al fatto che I turisti sono sporadici, I guadagni pochi e una barista non la può pagare. Uncle Scrooge accoglie, cucina, serve, fa le stanze, risponde al telefono e contemporanemante non lo fa.

Pertanto attendiamo il nostro turno per il menù alla carta, tutto rigorosamente congelato, eppure alla fine la cena mantiene dignità, anche se l'avanzo di cinghiale ordinato da Simone e che Uncle Scrooge porta un attimo a scaldare senò si fredda, non tornerà mai più indietro e finirà – è come vederlo - nel ragù di carne alla C.S.I. per gli avventori del giorno dopo.

La sera passa tra briscole ed entertainment commisurato e il piccolo gusto d'avergli fregato un paio di bicchierini di mirto.

La mattina seguente Uncle Scrooge ha apparecchiato una colazione, poco fresca ma fornita, con tanto di nesquik per gli addicted presenti tra noi. Ci rimprovera per aver lasciato una luce accesa a bordo botola, ci fa un conto totale da mezza piotta a testa (cinquantuno, per la precisione, che non si butta via gnente) e ci congediamo, non prima d'aver assistito al numero del latte avanzato, ritirato, rimboccato e riportato al tavolo accanto.


3 – Tempi Cupi, Bei Tempi


Oggi ci aspetta l'Anello dei Sibillini, dove a metà percorso ci immeteremo.

Cominiciamo subito con un triplice bivio, dal quale ne usciamo convinti d'aver preso una scorciatoia boscosa. Dopo mezzòra, il sentiero finisce in sterpi. Federico avanscopre di qualche metro senza zaino e realizza che affrontando un pendio brecciolinato di venti metri si arriva su una carrabile. Non è facile. Carico lo zaino di Claudia e vado. Mostruoso. Gli ultimi passi li faccio ventre a terra con Federico che scende a recuperani uno degli zaini. Quando arrivo sotto i piedi ho una morsa pressata che più non sò spiegar. Gli altri per un'altra strada, appendendosi agli alberi raggiungono la cima. Breve ma intenso fuori programma.

Da qui in poi, è tutto Anello. Arriviano in un prato d'altopiano per l'ora di pranzo.

Intorno solo montagne. E naufragar m'è dolce in questo mar. Si allargano i pensieri, la testa si area prima di soggiornarvi, spariscono le minuzie, le invadenze, le superfluità, le distrazioni, le preoccupazioni e intorno è solo montagna e un diverso concetto d'umanità.

Riprendiamo verso Cupi, zompando tra panorami e immettendoci nel parco, superando alri fontanili ed esercitano I trentadue muscoli del sorriso. Le macchine a Visso distano due giorni a piedi.

Cupi dall'alto sembra carina, minima ma moralia.

Il rifugio è una folgorazione, comparando con i loculi di provenienza ultima. Gestito da tre ragazze, esibisce mura in pietra, interni in legno, pulizia, colori e ben quattro box docce in ambiente pulito. Ci sono persino le riviste sul tavolino.

Rinfrancati come pellegrini accuditi,ci riumanizziamo e esploriamo Cupi, che per la verità a parte un museo della pastorizia chiuso, una chiesetta, un monumento ai sette caduti nella prima guerra mondiale (nessun paese d'italia ne fu risparmiato) e un bar chiuso con ancora i cartelloni dei gelati aventi i prezzi in lire, non ha più nulla. Un feroce cane pastore sancisce il confine estremo del paese, dopo è solo pastorizia caprina.

Come pensionati di paese ci diamo alle carte e nel mentre assagiamo delle fantastiche bruschette fatte con olio sopraffino e tanto amore. La cena promette bene e infatti mantiene meglio. Stringozzi, fettuccine, gnocchi, ariste all'arancia, scaloppe in salsa di vino e ginepro, pecora selvatica, ricotta al cacao e al Varnelli (un anice locale, sponsor del depliantismo diffuso), caffè e ammazzacaffè: promesse mantenute e applauso alla cuoca. Coccolati e sonnolenti poniamo fine al sabato sera.La colazione mattutina è un altro trionfo di ricotte fresche, marmellate artigianali al ribes e pane bruscato.Gioiosi arrotondiamo il conto e proseguiamo. La differenza di trattamenti affonda forse le radici nella tutela del percorso dell'Anello fortemente sponsorizzato dalla Regione Marche, che deve aver appaltato e finanziato i rifugi rientranti nelle nove tappe, imponendo standard di qualità turistofili.


4 – L'Anello dei Sibillini


L'ultimo gorno riserva la tappa più lunga e forse più bella.Con un tratto di statle giungiamo al Santuario della Madonna di Macereto, laddove si narra che due asini si piantarono irremovibili in seguito ad una visione mistica. Un battistero pandoroidale circondato da portici e un'aria di pasquetta nel prato definiscono il luogo.

Mi folgora un dejavù insospettabile: ci sono già stato in un'altra vita, ricordo vagamente che c'era una sposa sotto la pioggia e che il tempo effettivamente stava per cambiare. Mi ero chiesto in qualche sbalzo di ricordo che posto fosse quello. A volte tutto torna, oggi c'è il sole, si continua a camminar dinnanzi.

Il proseguio è un tratto stupendo di Anello.

Superiamo degli equini di montagna e caracolliamo per colline in fiore, distese di giallo e verde brillante, alberi trionfanti di clorofilla, paesaggi a perdita d'occhio e infatti ci perdiamo gli occhi a impressionarci le retine. Due ore di cammino in cui mangiare una mela diventa un atto d'amore verso sè stessi. Non c'è salita che dolga.

Quando vedete la pubblicità di una benzina che marketizza sé stessa associandosi all’immagine di un ambiente da brochure, non credeteci. Quella è benzina, il panorama è un’altra cosa che riguarda l'esperienza diretta e non passa per il serbatoio.

Resta solo il tempo per l'ultima sosta, un'improvvisata attrazione entomologa per la tana d'un insetto e il dubbio che si trattasse di un nido di calabroni.

Tentiamo di disperderci sull'ultimo spezzone, io e Simone ci addentriamo per un sentiero gli altri pe r l'alternativa al bivio. Risbucheremo a Visso esattamente laddove il giorno della partenza il Protettore Civile ci aveva detto di andare. Se ci fosse stato avremmo potuto chiedergli cinquecento euro per la scommessa persa, ma in ogni caso la nostra scommessa è vinta, il trekking ha avuto l'esito desiderato e ripartiamo felici.

Camminare fa bene.

In un bel gruppo ancora meglio, ricordavo bene.

Affanculo la civiltà.

Grazie Ragazzi.

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Colonna Sonora


Generalmente chiudo i blogghi con un testo, per la prima volta invece metto un elenco.
Ovvero i pezzi che in cuffia fuori cuffia o mentalmente hanno circondato il viaggio


De Gregori – Generale Live
Smiths – Half a person
Zucchero - Sere d’estate
Claudio Lolli – Autobiografia Industriale
Michele Pecora – Era lei
Michele Pecora ed Ivan Graziani - Fuoco sulla collina
Pino daniele - Na jurnata e sole
24 Grana - Stai mai ccà
Sergio Caputo - Ma che amico sei
Kraftwerk - Autobhan
Edoardo Bennato - Venderò
Vasco Rossi - Portatemi dio
Bob Dylan - Hurricane
Dàra straits tunnel of love
Tricarico - Vita tranquilla
Vasco Rossi – Generale
Mi parcheggio qua pure i linki dei videi col flusso sonorizzato della foto :)